Barthes, chi era costui?

Alla spettabile redazione: sono uno studente universitario e sento sempre parlare, a proposito di fotografia, del famoso libro di Roland Barthes “La camera chiara”.Di che si tratta? E’ solo una menata culturale o può essere utile per il fotografo?

Caro Nello, se il volume in oggetto debba o no fare bella mostra di sé nello scaffale dei nostri libri fotografici, o meno, non sta a noi dirlo.
Certamente si tratta di un testo che presenta più di una difficoltà per chi non è troppo avvezzo al discorso culturale contemporaneo, ma forse ogni tanto è bene anche volare un po’ alti… D’altronde dici di essere un universitario, quindi crediamo che tu possa affrontare anche questa… fatica! Bisogna tenere ben presente che, nell’era del trionfo della fotografia digitale, se da una parte l’immagine fotografica ha conosciuto una diffusione mai vista, contrariamente a quanto verrebbe fatto di pensare superficialmenet, sono aumentate anche e si sono anzi infittite le sue connotazioni estetiche e culturali.
Non a caso, ad esempio, il professore Achille Bonito Oliva, forse il massimo studioso e critico italiano dell’arte contemporanea, ha inserito la fotografia a tutto tondo tra le altre arti, considerate fino ad ora “maggiori”, nella sua Enciclopedia delle Arti Contemporanee, di cui tra l’altro è appena uscito il terzo volume (che recensiamo in questo numero nella nostra rubrica “Libri” alle pagine 84-85).
“Nei confronti della fotografia ero colto da un desiderio ‘ontologico’: volevo sapere ad ogni costo che cos’era ‘in sé’, attraverso quale caratteristica essenziale essa si distingueva dalla comunità delle immagini.”.
Con queste parole Roland Barthes, ne “La camera chiara”, introduce la propria ricerca sul medium fotografico e sulla natura dell’immagine fotografica. Sapere che cos’è “in sé”, che cosa contraddistingue queste immagini così particolari, che fin dal loro anno di nascita (il 1839) suscitarono meraviglia, scalpore e dibattito: questo è ciò che motiva le intenzioni dell’autore.
Un desiderio ontologico, appunto, e in senso forte; una ricerca improntata sull’immagine fotografica stessa.
Una tale urgenza può essere facilmente esplicitata con una breve e preliminare ricognizione sulle domande che la fotografia medesima pone.
È un’immagine come tutte le altre? Pare di no, e allora che cos’ha di così particolare? Che cosa la differenzia da un quadro – se qualcosa che la differenzia vi è? È immagine ma, al tempo stesso, sembra superarne i limiti; sembra porci di fronte la realtà stessa, in virtù di una “oggettività” particolare che pare appartenerle per essenza; ma in forza di che cosa reclama il diritto a una maggiore oggettività? Che cosa ci sbalordisce tanto di fronte a una fotografia? E ancora: che cosa vediamo, realmente, di fronte a una fotografia? Lo stupore che, nel 1839, colpì i primi increduli spettatori delle immagini di Daguerre non scompare del tutto neppure ai giorni nostri, per quanto sia stato reso più lieve dall’abitudine.
Noi stessi oggi, come quelli in passato, ci sorprendiamo rapiti osservando una fotografia.
Uno stupore che lo stesso Barthes non riesce a nascondere, ad esempio, di fronte alla fotografia del fratello di Napoleone. Scrive infatti: “sto vedendo gli occhi che hanno visto l’Imperatore.”3-maxresdefault
Una frase suggestiva, e indicativa di quale sia la potenza che la fotografia può mettere in campo, e di quale ricezione lo spettatore ne abbia: “vedo gli occhi che videro l’Imperatore”, gli occhi di suo fratello Girolamo: essi sono qui presenti di fronte a me, ora.
Ma le cose stanno realmente così? Davvero è lecito affermare la presenza hic et nunc di ciò che la fotografia ritrae? Questo è un problema complesso. Esso coinvolge il rapporto tra immagine fotografica e referente.
Ci porta, però, anche ad interrogarci su che cosa si veda in una fotografia, su che tipo di percezione ne abbiamo e se sia legittimo dire che essa presenta delle sue proprie peculiarità.
Insomma, si fa strada il problema dello spettatore e del suo modo di porsi di fronte all’immagine fotografica. Si pensi, inoltre, ad un uso molto particolare, che della fotografia è tipico.
A tutti è capitato di mostrare ad altri un parente, un amico, un conoscente, i propri genitori tramite una foto. “Ecco mia madre”, e si mostra l’immagine, come se questa potesse sostituire la presenza della persona in questione; come se ci fosse tra la persona e quel ritratto fotografico un rapporto di interscambiabilità; come se la fotografia “facesse le veci visive” di chi in quel momento è assente e non può essere presentato di persona.
Ebbene, ancora domande: che cosa fa sì che ci sentiamo autorizzati a mostrare una foto invece delle persone “in carne e ossa”? Di nuovo ci si interroga sul rapporto immagine-oggetto.
Bisognerà determinare la natura di tale relazione per far luce sulla fotografia e comprendere che cosa la rende particolare o sui generis – se una tale cosa vi è – e che cosa la accomuna alle altre immagini – se qualcosa che la accomuna alle altre immagini vi è. Insomma, per sapere che cos’è una fotografia bisogna anche capire in quale relazione sta con il proprio referente.
E, tuttavia, in tutto questo non bisogna scordare che esiste un soggetto che guarda la fotografia: che cosa vede? Come dirige il suo sguardo su di essa? In ragione di cosa, per tornare all’esempio di prima, accetta l’interscambiabilità di fotografia e persona? Anche da queste considerazioni si deve passare per tentare di dare una caratterizzazione dell’immagine fotografica.
Infatti come potrebbe esserci una fotografia senza nessuno che la guarda, che la osserva, qualcuno che decide di puntare su di essa il proprio sguardo e di farlo in un certo modo, per un certo fine, a partire da certi presupposti? In breve: a chi è diretta la fotografia se non allo sguardo di uno spettatore per cui e a cui essa si manifesta, a cui essa si dà e si rende visibile? Ecco gli interrogativi, che non ci sembrano inutili, cui il testo di Roland Barthes cerca di dare una risposta. A voi l’ardua sentenza… e l’eventuale acquisto!
(Per queste note ci siamo avvalsi dello scritto di Davide Bordini “Immagine e oggetto”).

 

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